Paolo Bielli – Roberto Savi

CRITICA - novembre 6, 2017 - 0 Comments

Z, Zeta
Che in greco antico vuol dire
“È vivo”

Rompete le righe, un pugile che si allena alla corda.
Colpevoli segni, boxeur nella plasticità delle loro movenze.
Incontro, ripetute immagini di pugili in movimento.
Violet-Ring, baconiana figura di un boxeur.
Pink-Ring, futuristica sequenza di uno scontro tra pugili.
Ring….
Ma perché Paolo Bielli rappresenta pugili, racconta lo sport del pugilato, ci parla della boxe?
L’artista ed il pugile non sono poi così diversi, perché nel pieno del proprio fare creativo, quando ancora tutto è possibile, quando può ancora conquistare il mondo, è come un pugile, sogna la corona. Rivalsa, fame, voglia di emergere, di emanciparsi. Come i pugili, anche gli artisti “puri” hanno queste caratteristiche. Prima che il sogno svanisca, che il treno passi, che i guantoni o la tavolozza vengano appesi al chiodo, prima che… quando ancora, lì, in quel tempo, il pugilato e la pittura sono bellissimi, perché intensi quanto effimeri, che potrebbe essere consegnato allo storia, o dello sport, o dell’arte. O svanire. E solo per pochi, restare eterno.
Quanti pugili non sono stati amati dalla critica? Dicevano che non avevano un fisico ben strutturato, che erano tecnicamente grezzi, con un allungo inferiore alla media. Ed allora come diventarono campioni del mondo? Ed allo stesso modo, quanti artisti?
Che cosa ne può sapere di pugilato un commentatore sportivo se non ha mai tirato di boxe, ed allo stesso tempo uno storico d’arte di pittura se non ha mai dipinto una tela?
I critici sapranno mai della sottile nebbia che aleggia nelle palestre, tra i ring e gli attrezzi, della lucentezza degli occhi dei pugili? E della polvere di vita che affolla lo studio di un artista, tra il tavolo ed i fogli di carta, la tela arrotolata, tagliata, i pezzi di legno dei telai, la sedia, lo sgabello, i bicchieri, i pennelli, pastelli, mozziconi di matite, carte, giornali, libri, cataloghi, tutto apparentemente disordinato, ma che invece è lì posto in maniera consequenziale e stratificato, sedimentato, giorno dopo giorno, idea dopo pensiero, perché tutto questo è vita, è essere vivo.
Paolo Bielli offre un viaggio tra le persistenti ragioni di chi continua ad amare il pugilato e l’arte – la vita – ed a mettervi la sfida ed il sogno, inseguendo la vittoria, un’idea ed un’ideale tanto epico, antico ed arcaico, quanto vero, puro, e necessario.
Il passato ci riporta antiche gesta di eroi, non soltanto guerrieri, ma che sono anche atleti: a Taranto venne riportata alla luce una tomba, un sontuoso sepolcro, in cui riposava un atleta che nell’epoca magnogreca si distinse per aver vinto quattro giochi panatenaici in una delle specialità più difficili, il pentathlon; e per questo l’uomo veniva indicato come una vera leggenda dell’epoca.
È necessaria un’impresa nella vita di un uomo per vincere il tempo, così come per un pugile ed un artista. Farcela con la boxe o la pittura, emanciparsi, cambiare vita; inseguire un mestiere per fuggire dalla maledizione di un lavoro.
“Qual è la spiegazione dell’impulso apparentemente folle che spinge l’uomo ad essere pittore e poeta se non un gesto di sfida nei confronti del peccato originale e la dichiarazione del ritorno allo stato di Adamo nel giardino dell’Eden? Gli artisti sono i primi uomini.” Questo sosteneva Barnett Newman.
Ma c’è di più. Gli artisti come i pugili hanno la capacità di andare incontro all’uomo, che è la cosa più difficile da fare. Si misurano con una paura che non è dell’ignoto, ma una paura che conoscono.
Viva, vitale, piena di vitalità, vivace, l’arte di Paolo Bielli attraverso il pugilato, i boxeur. Ci parla dei pugili, degli ultimi eroi sportivi della nostra epoca, perché nella nudità del ring, uno contro l’altro, il pugile non può mentire, così come non può mentire l’artista nella nudità della tela o del foglio di carta, quando incontra l’occhio del pubblico.
Auguro a Paolo Bielli, ed è un invito, di avere una folle fantasia alla Arthur Cravan e di sfidare un campione del mondo oltre il ring sul pugilato; riporterebbe così al punto più alto l’arte, superando dove arrivò un poeta …

Roberto Savi

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